AprileMacerata, lì 10 aprile 2020

Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente sia un miracolo, l’altro è pensare che tutto lo sia”.

Decreto liquidità. Facciamo fatica ad interpretarlo. Quello di cui siamo abbastanza sicuri è che, così come sono scritte le parole, si complica la possibilità di finanziamento per molte piccole e medie imprese e per molte partita Iva.
Le attività hanno bisogno di liquidità e l’urgenza sembra non essere stata presa in considerazione. Ma l’urgenza è solo un aspetto di tutto questo. I “piccoli”, le piccole realtà imprenditoriali e professionali, di cui vive il nostro Paese, hanno bisogno di urgenza, di costi ben definiti e di semplificazione.
E invece siamo in attesa dell’autorizzazione della Commissione europea per procedere con questa iniezione di liquidità (e quindi nessuna considerazione dell’urgenza), i finanziamenti non saranno a tasso zero (e quindi vi sarà un costo per chi accederà a queste misure) e infine, non da ultimo, il meccanismo di calcolo del tasso di interesse che verrà applicato è molto complesso (e così niente semplificazione).
Cosa c’è di buono allora? Profondamente delusi di nuovo.

La domanda che mi viene posta di più in assoluto ovunque, telefonicamente dai miei clienti, nei webinar e nelle interviste che rilascio è: quale sarà il tasso di interesse che dovrò pagare su questi famosi 25.000,00 €?

L’Italia è fatta appunto per lo più di micro e piccole imprese, tantissime a gestione familiare, flessibili le definiscono, ma pur sempre a rischio di crollo se non provvediamo ad aiutare le stesse a coprire gli inevitabili costi fissi.

E’ ovvio pertanto che il finanziamento da 25 mila € garantito al 100% dallo Stato sarà una delle misure più gettonate tra quelle previste dal Decreto Liquidità.
L’art. 13 di questo decreto (n. 23 del 8 aprile 2020) pubblicato in GU del 10 aprile innanzitutto stabilisce che non potranno essere richiesti più del 25% dei propri ricavi.
Quindi, innanzitutto, la soglia dei 25.000,00 € sarà raggiungibile solo da chi abbia ricavi o compensi pari o superiori ad € 100.000,00. Inoltre resta comunque la facoltà della banca di erogare o meno il finanziamento.

Ma la parte assolutamente più complicata di tutto questo discorso riguarda il calcolo del tasso di interesse che verrà applicato. Riporto quanto recita l’art. 13 in questione, le cui parole sono estremamente tecniche, ma sono necessarie per far comprendere la difficoltà di interpretazione:

“Il soggetto richiedente deve applicare al finanziamento garantito un tasso di interesse…che tiene conto della sola copertura dei costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al tasso di Rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il CDS banche a 5 anni e il CDSITA a 5 anni, come definiti dall’accordo quadro per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica di cui all’articolo 1, commi da 166 a 178 della legge 232/2016, maggiorato dello 0,20%”.

Insomma un rebus, un ginepraio, un labirinto.

Innanzitutto per calcolare il tasso la banca deve prendere in riferimento il Rendistato. E’ un tasso molto variabile: a inizio aprile era pari a 1,034%, a gennaio era a 0,6% circa, a febbraio 0,38%.
Poi bisogna tenere in considerazione la differenza tra il Credit default swap – l’indicatore che misura il tasso di rischio di un’impresa o di un paese- delle banche a 5 anni con quello dell’Italia -titoli di Stato- per lo stesso periodo.
E come si calcola? Pensa un po’ che per calcolarlo bisogna andare a prendere sulle mani una piattaforma privata di nome Markit il cui accesso è costoso. Ma perché poi la legge deve far riferimento a un parametro così al di fuori della portata di tutti?

E poi, sai la barzelletta? Nemmeno in questa piattaforma c’è il Credit default swap medio del settore bancario, c’è solo quello di ogni singola banca.

Sembrerebbe che l’orientamento delle banche sia quello di non tenere conto di questo parametro di calcolo. Sembra si stia optando nel calcolare semplicemente la somma fra Rendistato e lo 0,2%. Se fosse così questo mese il tetto massimo sarebbe 1,234%.

Ma io mi chiedo questo in modo particolare: se è il Rendistato è un tasso ballerino, cosa vuol dire? Vuol dire che andiamo a sottoscrivere quindi un finanziamento a tasso variabile?

Una bella opportunità, ci dicono, perché abbiamo la possibilità di avere un preammortamento di ben 2 anni, ossia, in altre parole, iniziamo a pagare tra 2 anni.
Ma la domanda sorge spontanea: se vi sarà una grande richiesta di liquidità quando la domanda sale, il prezzo sale. In altre parole ancora…se la domanda di denaro sale, allora vorrebbe dire che i tassi di interesse potrebbero salire.
E questo è per caso uno strumento a tasso variabile? Come potrebbero oggi, in questa situazione di incertezza e confusione, determinare le imprese se sarebbero in grado o meno di rientrare?

In alcune riviste ho letto invece che molti hanno interpretato questo articolo di legge in modo assolutamente più positivo di me: secondo alcuni le commissioni, per le imprese più piccole, sarebbero dello 0,25% per il primo anno, 0,50% per il secondo e terzo anno, 1% dal quarto al sesto. Inoltre ritengono che il tasso di interesse non potrà andare oltre il 2%.

Sarei veramente felice di sbagliarmi, ma io non leggo un cap – cioè un tasso di interesse massimo garantito.

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Diario di:
una Dott. Comm.
Macerata:
10/04/2020
Hashtag:
#decreto #liquidita #imprese #art13 #domanda

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