“Atene fu distrutta dalla paura della peste, non dalla peste”.

Domanda ricorrente di questi giorni è: quali dispositivi di protezione devo utilizzare? Quali mascherine?

I medici della peste rappresentano una figura storica affascinante e misteriosa. Essi eseguivano terapie che spesso si risolvevano in un nulla di fatto e per farlo indossavano un abbigliamento particolare, una divisa completa di tonaca, guanti, cappello, scarpe e una canna con cui tenere a debita distanza il malato.
La tonaca era un lungo abito nero in tela cerata. Vi era anche compresa un’agghiacciante e grottesca maschera con un becco a punta. L’aspetto era spaventoso.

La maschera dei medici della peste aveva delle aperture agli occhi, protette da lenti, due buchi per il naso e un becco a punta. Il becco era utilizzato come forma isolante e all’interno veniva posto un fazzoletto impregnato di aceto e erbe. Venivano infatti inseriti fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, chiodi di garofano, aglio e spugne imbevute di aceto. Si riteneva infatti che il contagio della peste avvenisse attraverso l’olfatto. Si pensava, in altre parole, che le malattie infettive si diffondessero nell’aria attraverso i propri miasmi.

Girano un sacco di video su come produrre le mascherine e allora, nella pausa tra una consulenza e l’altra, mi diverto a vedere i siti che mostrano i tutorial “maschera medico della peste fai da te”: mi pare possa essere un’idea carina. Ci vuole un bel coraggio però ad indossarla!

Sorrido tra me e me e penso……resta però che al cliente devo dare una risposta seria. E allora quali sono le mascherine che vanno utilizzate da quando i cancelli saranno aperti?

Le regole cambieranno, questo è certo, così come sono state modificate le nostre vite e anche il nostro modo di muoverci e di compiere azioni quotidiane. Quali mascherine usare, quali sono le migliori? In base a quali criteri scegliere?

Leggo il protocollo di sicurezza pubblicato dall’INAIL e poi l’allegato 6 all’ultimo decreto, quello del 26 aprile, ma non ci sono molte spiegazioni su quali mascherine utilizzare.

Cerco notizie sulle mascherine di tipo chirurgico. Gli esperti scientifici dicono che proteggono gli altri, ma difficilmente proteggono chi le indossa.

Dalla mia ricerca sembra che altra cosa siano i DPI, i Dispositivi di protezione individuale, facciali filtranti del tipo FFP2 e FFP3. Si definiscono così perché servono a proteggere chi le indossa ma non proteggono gli altri, soprattutto quelli con valvola, proprio per il meccanismo di apertura della valvola stessa che filtra l’aria in entrata ma non quella in uscita.
E infine ci sono le FFP2 e FFP3 senza valvola che dovrebbero proteggere sia chi le indossa che gli altri.

Ora però la parte più comica che voglio lasciare impressa nelle mie pagine di diario è: quanti sanno utilizzare questi dispositivi? Sembrerebbe addirittura più opportuno non avere una mascherina, piuttosto che averla e non saperla utilizzare, perché in questo caso il rischio contagio aumenta.
Le mascherine tra l’altro sono usa e getta, andrebbero cambiate non appena si inumidiscono ed eliminate dopo l’utilizzo.
Vanno indossate secondo certi criteri: innanzitutto bisogna lavare bene le mani e poi porre la mascherina sul visto stando attenti a coprire naso e bocca. Tutte le mascherine dovrebbero avere un ferretto che va stretto sul naso per permettere una maggiore aderenza al viso.

Si trovano già sul mercato delle mascherini che sono lavabili o che è possibile sterilizzare dopo l’uso.

Mica male, penso, se ci dotassimo di mascherine con dentro un fazzoletto imbevuto di aceto e fiori secchi? Può essere l’idea per un nuovo brevetto?

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“O’hana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato”.

Un nuovo dibattito si è aperto relativamente al nuovo decreto “fase 2” emanato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Conte. In particolare si sono scatenate bufere, come pure numerosi post umoristici su Facebook e sui social in genere, in merito alla questione del significato di “congiunto”. Nel decreto viene indicato quanto segue:

 “sono consentiti solo gli spostamenti  motivati  […] e si considerano  necessari  gli  spostamenti  per  incontrare congiunti purché venga rispettato il divieto di assembramento  e  il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano utilizzate protezioni delle vie respiratorie […]”.

Ricevo molte chiamate per avere chiarimenti su questo. Ma chi sarebbero i congiunti esattamente?
Diciamo che giuridicamente parlando la definizione del termine “congiunto” non è ben definita mettendo in difficoltà anche quei corpi che debbono mantenere l’ordine pubblico, i quali potrebbero interpretare liberamente tale concetto.

Documentandomi tra i vari articoli e interviste ho ascoltato il parere dell’avvocato specializzato nel diritto della famiglia, Carla Quinti, la quale riprendendo  il codice penale all’art. 307 chiarisce:

“Agli effetti della legge penale, s’intendono per i prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole”.

Dunque è chiaro che, leggendo queste righe, si va a pensare che non rientrino nella definizione i fidanzati e i cugini. Ma le polemiche che sono scoppiate hanno messo in luce che le coppie non necessariamente sono legate da matrimonio o da unione civile.
Come dovrebbero fare allora? Teoricamente, in base a quanto scritto sopra non rientrerebbero nella categoria di congiunti.

Una sentenza della  Cassazione,  la n. 46351 del 2014, va un po’ in contrasto al codice penale, perché prevede che il fidanzato è da considerarsi come congiunto, poiché con quella persona si possiede un saldo legame affettivo.

Per attenuare le polemiche scaturite dalla questione, il Governo ha chiarito che per congiunto rientrano le seguenti figure: parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili.

Peggio di prima! Chi sarebbero gli affetti stabili?
Come si dimostra l’effettiva solidità di una relazione?

Nel resto d’Europa è stato vietato sì l’assembramento di persone ma non il divieto a fidanzati e amici di visitare i propri cari.

Inoltre è indubbio affermare che in questo periodo, nel nostro paese, è stato portato aiuto anche a coloro che vivono soli, come gli  anziani, che spesso hanno fatto riferimento a un vicino o a un amico nelle proprie vicinanze, che ha vegliato su di loro, dandosi da fare seppur non rispettando pienamente gli obblighi stabiliti.

Quindi nonostante le varie voci esperte espresse su questo punto, la questione appare tutt’ora aperta e probabilmente dovrà essere ulteriormente precisata questa voce, anche perché molti degli italiani residenti all’estero possono oramai rientrare in Italia per fare visita ai propri congiunti o semplicemente tornare nel luogo di residenza/domicilio.
In questo caso è bene ricordare che tali soggetti dovranno dare comunicazione, al momento del loro arrivo in Italia, le motivazioni del viaggio e i dati relativi al luogo di residenza nel quale passeranno la quarantena, inclusi i mezzi di trasporto che utilizzeranno per raggiungerlo, senza dimenticare di fornire tutti i dati di contatto.

Altra precisazione: quando si passa da una Regione all’altra è assolutamente necessario leggersi le Ordinanze di ognuna, così da evitare di incappare in sanzioni. Ogni Regione infatti ha infatti l’autonoma possibilità di deliberare.

Nei prossimi giorni il Governo ha chiarito che per evitale spiacevoli inconvenienti verrà aggiornata la pagina delle FAQ sulle misure attivate contro il Covid-19 dove verrà spiegato anche questo aspetto.

Forse allora saprò dare risposte più precise alle persone……sempre che riescano a delimitare veramente il concetto di “affetto stabile”. Mi chiedo cosa si inventeranno per definire queste parole! Ancora mistero!

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“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)”.

Mi chiedo se chi ci governa si faccia il problema di come faremo con i bambini quando le attività riprenderanno. E mi chiedo, ancora una volta, se possa essere mai possibile che le procedure per accedere a dei (piccoli) benefici possano essere tanto complicate.
Studi di consulenza e associazioni di categoria sono invasi da chiamate.
Tanto lavoro per pratiche lunghe, complicate, che poi conducono a un rimborso irrisorio per le famiglie.

Molti ci chiedono come accedere al bonus baby sitter. Il Decreto Cura Italia ha previsto vari aiuti alle famiglie dei lavoratori che sono in difficoltà a causa della sospensione delle attività didattiche delle scuole per l’emergenza. L’INPS è intervenuta anche con vari chiarimenti, primo fra tutti la Circolare n. 44 del 24 marzo 2020.
E’ disponibile dall’inizio di questo mese la procedura telematica per accedere al bonus, ma vanno considerate talmente tante particolarità, che la stessa pratica diventa un ginepraio in cui districarsi.

Gli artt. 23 e 25 del Decreto Cura Italia prevedono due misure, alternative fra loro, per coloro che hanno figli fino a 12 anni: il congedo parentale straordinario di 15 giorni o il bonus per acquistare voucher baby sitter.

Entrambi gli strumenti sono a favore dei lavoratori dipendenti del settore privato, i lavoratori iscritti alla Gestione Separata e i lavoratori autonomi.

Il congedo parentale o indennità è pari al 50% della retribuzione per i lavoratori dipendenti del settore privato ovvero, per i lavoratori autonomi,  pari al 50% di 1/365 del reddito individuato con una determinata base di calcolo (utilizzata per l’indennità di maternità nel caso di coloro che sono iscritti alla gestione separata o per retribuzione convenzionale giornaliera per coloro che sono iscritti ad altre gestioni INPS).

La fruizione è ovviamente riconosciuta ad entrambi i genitori, ma alternativamente.

Il Bonus baby sitter invece consiste nella possibilità di ricevere fino a 600 euro. Il voucher è erogato direttamente dall’INPS, previa domanda da parte del soggetto interessato tramite i canali telematici dell’INPS. Dopo aver fatto la domanda occorre inserire i dati del datore di lavoro e della baby sitter nella sezione del Libretto di Famiglia, per avere l’accredito dell’importo.

Il bonus spetta solo a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito (es. cassa integrazione) e nel caso invece di genitori che non fanno parte dello stesso nucleo familiare, il beneficio sarà riconosciuto al soggetto convivente con il minore.

Ho parlato con varie persone oggi circa tali misure. Comprendo che per molti la questione non è chiara o è troppo complicata da presentare. Vanno valutati molti aspetti in famiglia.

Il caso di Virginia è quello più particolare. Virginia ha due bambini, uno al di sotto dei 12 anni, un altro disabile che ha 14 anni. Lei è una professionista iscritta ad una cassa di previdenza autonoma – ed è fra le attività essenziali, quindi sta lavorando-, il marito è un lavoratore autonomo iscritto alla Gestione INPS commercianti.
Le indico subito che in presenza di figli con handicap in situazioni di gravità (purché iscritti a scuole di ogni ordine e grado o ospitati in centri diurni a carattere assistenziale) non conta il limite di età dei 12 anni.
Ma in qualsiasi caso lei può fare un’unica domanda per entrambi i figli. I paletti impostati ad oggi dalla cassa previdenza a cui è iscritta non consentono a Virginia di chiedere il sostegno. Possiamo fare la domanda per il marito però. Gli spetterebbe un rimborso di 15 giorni di retribuzione convenzionale.

Mi chiede di quanto si tratta. Mi vergogno quasi io stessa a comunicarle l’importo, ma questo prevede la legge. Al fine di determinare il limite minimo di retribuzione giornaliera per le retribuzioni convenzionali in genere, occorre riferirsi all’art. 1 del DL 402/81, convertito in L. 537/81, che fissa l’importo per l’anno 2020 a € 27,21. Si tratta quindi di € 408,15.

E mi chiede nuovamente…..ma 400 euro per marzo e aprile? In realtà ad oggi il decreto aprile non è ancora uscito, per cui stiamo con la speranza che nel prossimo decreto prevedano ulteriori misure per aprile. Possiamo dire (anche senza affermare in maniera certa) che l’importo in questione riguardi il mese di marzo.

Ma dentro di me questi giorni sto pensando: come pensiamo di ripartire nel lavoro se i bambini sono a casa?

Un mistero tutto da risolvere.

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Il tempo è troppo vasto, non si lascia colmare.

Riflettere risulta molto spesso estremamente complicato, ci si trova a porsi sempre più domande, per poi arrivare a un groviglio di risposte talvolta senza senso, un futile prodotto dei nostri pensieri. Siamo quindi portati a tentare di tirare le fila di tutto il nostro ragionamento, senza renderci conto della nostra limitatezza rispetto a ciò che ruota intorno a noi e frulla nella nostra mente.
Ci sono questioni che vivono dentro di noi, percorrono il nostro sangue, ma non si mostreranno mai nella loro pienezza agli occhi dell’uomo, sarà il tempo a dare loro una forma sempre più marcata.

Restando in linea con quanto asserito, a volte scelgo di far parlare la mia anima.

Senza chiedersi se è giusto o meno finanziare imprese non sane finanziariamente, chiediamoci invece se la legge la devono o no rispettare tutti. E’ come a scuola.
Se i docenti non si comportano bene, perché si dovrebbe pretendere che lo facciano gli alunni?
E se in Italia non si comportano correttamente quelle per noi rappresentano le istituzioni, perché dovrebbero farlo i cittadini?
Torno a parlare ancora di banche, sostanzialmente perché in questi giorni non si parla di altro.
Mi chiamano in molti, mi chiamano per trattare con le banche, in quanto vengono loro negati i famosi 25 mila € del decreto liquidità, che va concesso senza garanzie (la garanzia è del 100% dello Stato) e senza valutazione del merito creditizio.
Eppure queste prescrizioni non vengono rispettate. E, cosa ancora più grave, viene negata la sospensione delle rate dei mutui.

Mi chiedo se le persone sanno che è possibile procedere con una segnalazione all’indirizzo e-mail com.banche@camera.it.

Si tratta della casella di posta elettronica attivata dalla Presidente della Commissione di inchiesta sulle banche (commissione della Camera dei Deputati), proprio per monitorare l’attività delle banche.

La casella di posta elettronica è stata attivata dall’On. Carla Ruocco per far convergere le segnalazioni, così da interfacciarsi con ABI, Banca d’Italia, banche e dirigenze delle banche per cercare di sbloccare rapidamente le situazioni segnalate.

Coloro quindi che non hanno ottenute la sospensione delle rate di mutuo, o che non riescono ad ottenere i 25 mila euro (sebbene non abbiano crediti a sofferenza nella Centrale Rischi), possono rivolgersi a questo indirizzo mail, da cui partiranno le segnalazioni all’autorità di vigilanza sugli istituti bancari.

Queste mie riflessioni sono il prodotto di una giornata intera di consulenze….nonché dulcis in fondo del grido di aiuto di un’altra mia cliente, Rita, con cui parlo in chiusura di giornata.
E’ un’altra vittima di questo sistema perverso che non consente a molte aziende di avere subito la liquidità sulle mani.

Le comunico la mail che è possibile utilizzare per segnalare questi comportamenti; consiglio di allegare alla lettera copia della richiesta fatta alla banca, nonché copia della centrale rischi, per dimostrare appunto che non ci sono sofferenze a carico del richiedente la misura di sostegno in questione.

Mi permetto poi di ricordare che è opportuno inviare per conoscenza questa stessa lettera anche a Banca d’Italia, alla casella di PEC bancaditalia@pec.bancaditalia.it ovvero all’indirizzo mail email@bancaditalia.it, utilizzando i parametri di invio indicati nel sito ufficiale della stessa (altrimenti le richieste non vengono prese in considerazione).

Chiudo questa giornata ragionando su una parola sulla quale una persona cara mi ha fatto riflettere in occasione del 25 aprile: occupazione, la malvagità di quando fummo occupati dalle truppe. Ma penso ci siano due tipologie di occupazione: una fisica, se così si può definire, e una psicologica, non visibile agli occhi, ma altrettanto terribile.

E poi mi fermo a ragionare su questa bella frase:

“Dovremmo tutti imparare dalla storia, per trovare la forza di dire “no” e lottare per la libertà”

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“E’ solo quando riesci a tacere evitando discussioni inutili che mostri la tua intelligenza e la tua saggezza”

Parlo subito di Chiara e della sua richiesta in banca dei famosi 25 mila euro del decreto liquidità. Non voglio riportare in questa pagina la mia opinione, ma solo imprimere quello che sta succedendo con questi finanziamenti.
Poi magari tra due anni, quando sarà finito il periodo di preammortamento del prestito, forse rileggerò questa pagina.

Chiara ha contattato la banca con cui lavora di più per presentare il modulo per la richiesta del finanziamento di € 25.000,00.
La banca ha chiesto che allegasse copia dell’ultimo bilancio o dichiarazione dei redditi presentata. Ma se andiamo a vedere il modulo, scopriamo che da nessuna parte è richiesto di allegare documenti, perché si tratta di un’autodichiarazione sostitutiva di atto notorio.
Ma ancora le banche si ostinano a chiedere i documenti.

Chiara ha preparato tutto con la mia collaborazione. Bisogna sottostare alle loro regole (dicono che è disposizione della direzione centrale della banca) e quindi prepariamo anche i documenti richiesti. Sempre perché sembra più intelligente evitare discussioni inutili.
Chiara ha una contabilità semplificata e ciò significa che io come consulente vedo solo costi e ricavi, non vedo la sua situazione finanziaria e i suoi debiti, non vedo i suoi estratti conto. Per scrupolo le chiedo se i suoi pagamenti sono tutti regolari.
Se il fido che ha in banca è regolarmente utilizzato e se le rate del prestito che ha preso quando ha aperto l’attività sono pagate alla scadenza. Mi risponde no.
Ha un paio di rate del 2019 non pagate e il fido sempre utilizzato leggermente al di sopra di quanto concesso. E io mi allarmo subito.
Come sarebbe a dire? Allora la banca ti ha detto che puoi tranquillamente presentare il modulo? Mi risponde che ha parlato con una persona qualsiasi in filiale, per chiedere le modalità di presentazione della domanda.
Mi attivo, chiamo in filiale per parlare col direttore.

Il direttore guarda la sua situazione. Mi dice che ha dei crediti deteriorati con la banca. Mia risposta: ai fini dell’erogazione dei 25 mila € si devono considerare solo i crediti in sofferenza (quelli per intenderci segnalati alla Centrale Rischi).
Risposta (assurda) del direttore: ma dal nostro punto di vista non è così, la banca può comunque valutare la posizione del cliente e decidere se concedere o meno il prestito.
Ribatto: mi faccia capire, se la mia cliente andasse a chiedere il finanziamento in una banca in cui non ha i crediti deteriorati, allora vuol dire che lo concederebbero, secondo lei!
Risposta del direttore: sì, direi di sì. Non lo possiamo dire apertamente però è così. I crediti deteriorati sono quelli che praticamente vede solo la banca in questione, non sono nella Centrale Rischi e quindi potenzialmente le altre banche potrebbero non vederli.

Bene. Esito della questione: se un soggetto ha un credito deteriorato in una determinata banca (questa segnalazione non va in Centrale Rischi ma in CRIF), gli basta chiedere in una banca in cui egli non ha alcun problema per sostanzialmente ottenere tranquillamente i suoi 25 mila €.

Questa è la soluzione bella per chi vuole fare richiesta.

Andrebbe fatto un ragionamento molto più complesso, ma lo lascio dentro di me.
Vuol dire che chi ha crediti deteriorati con più banca….gli basta appunto prendere una banca con cui ha un rapporto pulito. Il finanziamento di € 25 mila è garantito dallo Stato al 100%.
Forse è il caso di renderci conto come staranno le cose tra due anni, quando queste persone dovrebbero iniziare a pagare (se non hanno già cessato) le rate di questo prestito.

Li stiamo aiutando? O li stiamo ulteriormente affondando?

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“Un animo forte e tranquillo riduce i mali a metà”

Sto leggendo Plauto, considerato sia dai moderni che dagli antichi un “mago” della lingua latina.

Quelli di Plauto sono testi sopravvissuti alla selezione di tutte le epoche, considerati dei veri e propri capisaldi. Sono opere che hanno affascinato intere generazioni per le loro parole, considerevolmente attuali e pregne di significato, e per la perfezione geometrica della struttura, accompagnata da accorgimenti retorici. In Plauto c’è una notevole grandezza stilistica della lingua; egli trasmette rigore logico e senso del bello, e per questo sembra attuale.
Egli usa come base il linguaggio della buona conversazione quotidiana (sermo familiaris), adattandolo all’azione e alla singola scena. In quella che può sembrare una semplice commedia, volta ad intrattenere un vasto pubblico, è presente in realtà un’incredibile narrazione delle emozioni, dei pensieri di uomini e dei, di eventi giusti, ma, soprattutto, errati, da cui nasce l’equivoco e al contempo l’insegnamento.
In Anfitrione emerge dunque uno dei temi che ha da sempre hanno affascinato la letteratura: la duplicazione. Il topos del raddoppiarsi, che porta a varie tipologie e declinazioni, è stato da sempre presente nelle scienze umane.
Dalla religione alla filosofia, il doppio ha portato alla comprensione della realtà. Si tratta di un tema ricorrente nelle varie correnti letterarie a partire dall’epoca classica, anticipando le tematiche novecentesche, particolarmente legate al dubbio e all’indagine psicologica.
Ancora oggi rimane una tematica molto indagata e oggetto di spiegazioni da parte di autori della modernità – penso a scrittori come José Saramago o Stephen King.

Il tema del doppio attraversa tutti i tempi, poiché osservare il proprio essere da un diverso punto di vista rimane un sogno ricorrente e perenne nell’uomo.

Machiavelli afferma che la natura umana è immutabile: i medesimi vizi, le medesime passioni, le medesime virtù si riscontrano nell’uomo di allora e in quello di ogni tempo.

L’argomento della duplicazione mi viene in mente mentre leggo i quotidiani. Questi giorni sta emergendo una notizia che in molti considerano preoccupante.
Non si tratta dei numeri dell’emergenza sanitaria, quelli stanno passando in secondo piano. Basta osservare i post sui social e tutti i quotidiani, per accorgersi che ora tutti parlano di ripresa, di situazione economica e di fiscalità.
E salta all’occhio di molti la notizia che dal primo giugno pioveranno gli accertamenti fiscali. Tutti allarmatissimi e tutti a sostenere che non si può procedere ad accertamenti in questo momento di crisi, perché sarebbe la fine per molte attività.

Vediamo un attimo i numeri e poi io scrivo la mia umile opinione, sempre per lasciarla impressa in queste mie pagine di diario. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, è intervenuto in commissione finanze della Camera e ha comunicato che sono circa 8,5 milioni gli atti pronti a essere notificati nel corso del 2020.

L’Agenzia si deve infatti muovere dentro un perimetro normativo che obbliga la stessa a notificare entro i termini previsti, onde evitare la prescrizione. Va ricordato inoltre che vanno pagate nei termini le comunicazioni inviate ai contribuenti prima dell’inizio della sospensione, in quanto nulla è previsto in tal senso dai decreti (ad eccezione che per coloro che si trovano in zona rossa).
Ma vediamo i numeri degli atti messi in sospensione e pronti nei cassetti da spedire: 250 mila avvisi bonari, 300 mila lettere, 3 milioni di cartelle. Altri numeri: 8,5 milioni di atti dell’Agenzia delle Entrate e 4,4 milioni di cartelle della Riscossione.
E quanti sono i crediti a ruolo dell’Agenzia della Riscossione? Oltre mille miliardi di euro.

Ecco il tema della dualità. Alcuni sostengono la malvagità di un Governo che con una mano prende i contribuenti per i piedi per aiutarli e dall’altra li manda con la testa dentro le fauci del leone burocrazia.

Ma io mi domando però. Con chi è più malvagio il Governo?
Con chi ha sempre pagato regolarmente e ha correttamente fatto “le file alle Poste e all’ospedale” – come si suol dire- o con chi oggi vorrebbe non pagare tributi non versati da 5 anni a questa parte e invoca l’emergenza per evitare di mettersi di fronte allo specchio delle sue inadempienze?

Il tema del doppio. Ogni situazione può essere vista da punti di vista diversi.
C’è da chiedersi se è corretto il punto di vista di chi ha fatto il suo dovere e ha rispettato la legge o piuttosto quello di chi cerca di restare in piedi sulle spalle degli altri.
Angolature diverse dell’occhio. Entrambi rispettabilissime.

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“La nostra storia come storia degli altri, la storia degli altri come nostra storia”

Ieri sera mi sono fermata a ragionare un po’ con mia figlia. E’ sempre un piacere parlare con i ragazzi di quello che stanno studiando. Ci riporta indietro nel tempo e ci fa ricordare concetti, frasi e insegnamenti che sono nei meandri più nascosti della nostra mente – d’altronde sono trascorsi quasi 30 anni da quando frequentavo il liceo.
Troppo spesso si tende a ritenere che lo studio della letteratura sia fine a sé stesso. Ancora più comune è l’idea che lo studio della letteratura greca e latina sia alquanto incongruente alla realtà odierna.
A tale proposito lo scrittore Luigi Compagnone, in un interessante articolo pubblicato nel 1983 e intitolato “Il Latino che serve”, afferma di aver imparato ad amare il latino riuscendo a cogliere tutto il vivo che è in esso.  Constatavamo con mia figlia che in un mondo dominato dal consumismo, incentrato su beni che forniscono qualcosa di tangibile, non c’è da stupirsi del fatto che le lettere siano considerate qualcosa di superfluo, di cui si può fare a meno o, al massimo, da annoverare tra le attività marginali.
Nella società in cui viviamo il denaro è diventato generatore di tutti i valori e tutto, persino l’arte, è subordinato alle leggi di mercato. Umberto Eco sostiene che la letteratura è uno di quei poteri immateriali non valutabili a peso che in qualche modo pesano. Ma da cosa è dato questo “peso”?

Potrebbe sembrare un paradosso, ma il suo peso è dato dalla leggerezza che tale disciplina apporta nell’animo umano. La letteratura innalza l’uomo al di là della tecnica e della scienza applicata, portandolo a vivere esperienze simulate.
Il lettore ha quindi la possibilità di ampliare la propria esperienza esistenziale, acquisendo nuovi strumenti per far fronte alla vita reale.
Il fine delle opere letterarie è quindi quello di aiutarci a vivere, ad affrontare gli ostacoli della nostra esistenza con gli occhi della sapienza, espressione dell’armonia del vivere e del morire.

Le chiedo cosa sta leggendo e mi dice di aver appena terminato la lettura di un libro di Maccio Plauto . Anfitrione. Le chiedo di passarmelo, così prima di andare a letto rinfresco un po’ la mia conoscenza della letteratura.

Ma veniamo alla mia giornata professionale. Oggi due webinar, di cui uno riservato al mondo dei saloni di bellezza. Da ogni dove mi chiedono quando si riaprirà. Non ci sono notizie precise, soprattutto per quanto riguarda i servizi alla persona, quelli che appunto richiedono un contatto tra individui.

A tal proposito ho ritenuto interessante leggere con attenzione un documento diramato dall’INAIL e che ho inserito nel sito dello studio all’interno del nostro “Cammino del Covid” (http://studiopietrella.it/news/il-cammino-del-covid-19-in-decreti/).

Tale documento – ancora in corso di valutazione al Governo- illustra delle strategie da adottare per una graduale riattivazione delle attività produttive, variando le misure di contenimento del contagio da Coronavirus nei luoghi di lavoro per garantire la sicurezza dei lavoratori ed evitare che si scateni una nuova fase epidemiologica aggravando ulteriormente la condizione di aziende e dipendenti.
A tal fine sono stati indicati elementi tecnici a supporto di una presa di decisione identificando quelle attività che dovrebbero essere gradualmente riattivate.

All’interno del documento si osserva inoltre un’attenta analisi del rischio nel quale tre sono gli aspetti che ne emergono: analisi del processo lavorativo considerando il distanziamento tra i lavoratori, i livelli di rischio di contagio in base alla tipologia di attività, nonché il coinvolgimento di soggetti terzi nel processo lavorativo e il rischio derivante dall’aggregazione sociale.

Leggendo attentamente la bozza vengono evidenziati tre argomenti salienti:

  • variabili e classi di rischio delle attività lavorative;
  • strategie preventive e gestione degli spazi comuni;
  • considerazioni finali e lavoro a distanza.

Il testo è suddiviso in due parti, la prima si concentra nella definizione del contesto di rischio per ciascuna tipologia di attività mentre la seconda propone delle linee guida per prevenire il rischio di diffusione nei luoghi di lavoro.
L’INAIL innanzitutto ribadisce le modalità di contagio da uomo a uomo: per esposizione, per prossimità alla fonte di contagio e infine per aggregazione. Relativamente a ciò vengono presentati attraverso una tabella i livelli di rischio a cui sarebbero esposti i lavoratori a seconda del settore lavorativo in cui operano.

Ma quali sono le strategie preventive che intendono porre in atto per gestire gli spazi comuni di lavoro?

Per ridurre il rischio di una nuova diffusione dei contagi si propone l’attuazione di alcune misure classificate in tre categorie:

  • misure organizzative ridefinendo le postazioni di lavoro, l’orario e le turnazioni;
  • misure di prevenzione e protezione con corretta formazione e informazione;
  • misure specifiche per la prevenzione dell’attivazione di focolai epidemici.

I luoghi di lavoro dovranno essere organizzati rispettando il distanziamento sociale, fermo restando che ciò sia compatibile con la corretta esecuzione dei processi produttivi.
Coloro che potranno tranquillamente lavorare da soli senza la necessità di particolari strumentazioni, saranno collocati in aree inutilizzate mentre nel caso di ambienti dove vi sono più lavoratori, ci sarà il riposizionamento di questi distanziandoli con delle barriere separatorie come ad esempio il plexiglass.

Per quanto riguarda gli spazi comuni dovrà essere garantita una continua aerazione degli ambienti e l’articolazione di una turnazione per la loro fruizione a orari scaglionati, sommati chiaramente al corretto distanziamento e a un ridotto tempo di permanenza. Si prevede inoltre una diversa gestione delle modalità di entrata e di uscita dei lavoratori che dovrebbe essere eseguita mediante due accessi separati.
Infine si sottolinea l’importanza di continuare a favorire collegamenti a distanza, anche all’interno dell’azienda qualora gli spostamenti non fossero strettamente necessari.

Riguardo alla seconda tematica l’Inail ribadisce l’assoluta necessità a perseguire una corretta diffusione delle informazioni ai cittadini.
Le misure igieniche preventive dovranno essere rafforzate procedendo al controllo dello stato di salute dei lavoratori, specialmente la temperatura corporea che non deve superare i 37,5°C, prima che questi accedano al luogo di lavoro.

L’INAIL infine segnala che le attività con un livello di rischio medio-basso potrebbero avere la priorità nel processo di variazione delle misure di contenimento: settori come quello manifatturiero e edile rientrano in questa definizione.
E’ ovvio che comunque nella cosiddetta fase 2 andrà incentivato il lavoro a distanza, potenziando le forme di assistenza organizzativa per ridurre i rischi di nuovi contagi senza però danneggiare i processi produttivi.

La lettura di questo documento tutto sommato dà la percezione di un po’ di ottimismo: si riparte! Con tutte le difficoltà di ogni settore, ma si riparte!

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“Alla fine andrà tutto bene, se non andrà bene non è la fine”

Dove è nata la frase della speranza “Andrà tutto bene”? Me lo chiedo e comincio a leggere ovunque. E’ una frase piena di speranza e che rimarrà impressa nelle nostre menti accanto al disegno di un arcobaleno.
La sua origine viene ricondotta sia al presente che al passato e ha intorno a se qualcosa di squisitamente misterioso. Quando a febbraio tutto è iniziato, questa frase è stata ritrovata in Lombardia su diversi post-it appesi davanti alle saracinesche dei negozi o sui portoni delle case o all’entrata delle chiese o ancora sulle panchine dei giardini pubblici.
Insieme alla frase c’era disegnato a mano un cuoricino. L’obiettivo era naturalmente quello di raggiungere il maggior numero di persone possibili e di lanciare un messaggio di incoraggiamento. Nessuno sa l’autore o gli autori di questo gesto. Viene definito un “atto poetico collettivo”. Continuando a leggere scopro che secondo Avvenire, vi sono origini antiche di queste tre parole, origini riconducibili alla storia della beata Giuliana di Norwich. Nel maggio del 1373 la mistica si ammalò gravemente e una volta guarita raccontò di aver avuto durante la malattia visioni del Signore che le dicevano appunto “Tutto andrà bene”.

Inizio la mattinata di lavoro leggendo le varie testate giornalistiche. Da qualche giorno cerchiamo tutti di capire cosa ci detterà il tanto atteso decreto di aprile.
Fra le varie notizie, mi salta all’occhio quella relativa al bonus vacanze 2020. L’idea è interessante, non solo perché anch’essa lancia un messaggio di speranza per l’estate che sta per arrivare, ma anche come aiuto al settore turistico duramente colpito dall’emergenza, nonché come incoraggiamento ad andare in vacanza nonostante tutto.
Sulla bozza del decreto di aprile, condivisa da vari ministeri, è spuntata questa agevolazione da spendere per trascorrere le ferie in Italia. Si tratta di una specie di voucher da 325-500 euro, usufruibile sotto forma di detrazione fiscale, per soggiorni di almeno 3 notti presso strutture ricettive italiane.
Emergono già alcune negative indiscrezioni. Innanzitutto sembrerebbe che il bonus vacanze sia rivolto solo a dipendenti e professionisti.
E ancora una volta non si comprende per quale motivo siano lasciati in disparte gli imprenditori.
Inoltre la misura sembrerebbe essere rivolta solo a chi ha un reddito compreso tra € 7.500 e € 26.000. Il bonus potrebbe essere commisurato al nucleo familiare, partendo cioè da un minimo di € 100 per un solo componente senza figli a carico, aggiungendo poi altre cifre in base agli ulteriori componenti della famiglia.

Ma sono tuttavia moltissimi i nodi ancora da sciogliere. Dagli osservatori di Confturismo-Confcommercio si leggono dati impressionanti: la perdita del settore turismo tra marzo e maggio è di oltre 31 milioni di turisti italiani e stranieri, per un importo complessivo di circa 7,4 miliardi di euro.

E’ ovvio che il bonus potrà essere attivato solo quando la quarantena sarà terminata e gli italiani potranno muoversi senza rischi.
Ma ci saranno allora a breve i presupposti per organizzare viaggi e vacanze? Quali saranno le misure di sicurezza che le strutture dovranno seguire per evitare il contagio? Come saranno organizzati i trasporti (aerei, traghetti, ecc)?

Sembra una banalità, eppure la valutazione di questa misura è uno degli argomenti più discussi nelle ultime ore.  Questo perché gli operatori del settore, oltre al bonus, chiedono misure di sostegno diretto alle aziende, per evitare fallimenti e cessazioni di attività di strutture ricettive e turistiche in genere.

E’ possibile allora che questa agevolazione venga abbandonata nel decreto di aprile e immessa in quello che andrà in valutazione nel mese di maggio.

Intanto godiamoci l’idea delle eventuali vacanze estive, del sole, del mare, dello stare insieme agli altri. Sono trascorsi quasi 2 mesi d’altronde e le miti temperature cominciano a fare capolino.

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“La vita non è aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia”

E’ una giornata uggiosa e piovosa – e finalmente direi! – cosa che mi permette di concentrarmi meglio su ciò che devo fare. La pioggia ha un che di musicale, di rilassante con quel suo tic tac quando si scontra con una superficie.
Nonostante il bellissimo suono della pioggia, arriva una chiamata a cui devo rispondere. Quello che mi chiede il giornalista mio amico, mi ha riportato alla mente un particolare momento della mia carriera professionale, agli albori del mio tirocinio, quando per la prima volta mi sono trovata ad approcciarmi al mondo della fiscalità.

Mentre ero intenta a comprendere le fattezze del conto economico di un’azienda mi è sorta una domanda inattesa – successivamente chiarita – relativa a due sue componenti che apparentemente sembrerebbero sinonimi ma che in realtà non lo sono affatto, due voci non necessariamente coincidenti..…il concetto del fatturato e quello dei ricavi.

Il fatturato rappresenta la quantità di beni o servizi che viene concretamente venduta in un determinato periodo, calcolata sulla base delle fatture (o ricevute o scontrini) emesse dall’azienda. Il fatturato è un in altri termini un concetto IVA.

I ricavi rappresentano invece l’ammontare del lavoro eseguito e delle vendite effettuate per competenza nel periodo d’imposta preso in considerazione.
In altri termini se al termine del periodo d’imposta non è stata emessa fattura per il lavoro eseguito, questo importo non viene conteggiato nel fatturato, ma nei ricavi.

Sembra un concetto stupido? Non tanto, in quanto in questi giorni non si sta discutendo di altro e forse c’è qualcuno, anche fra le istituzioni, la cui differenza non è molto chiara.

Ai fini della concessione dei finanziamenti di cui al decreto liquidità, si ordina (se si leggono gli articoli) di considerare il fatturato di una partita iva.
Ma poi la scorsa settimana l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) ha dettato, nella sua circolare, che ai fini del calcolo del 25% per la concessione dei finanziamenti, va visto l’importo dei ricavi. Forse c’è un bel po’ di confusione nella mente di chi scrive documenti che poi vanno però a determinare la situazione (e la vita economica aggiungerei) delle partite iva italiane.

Ora è chiaro che se viene venduto tutto ciò che è stato prodotto allora ci sarà una coincidenza tra fatturato e ricavi mentre, teoricamente, nel caso in cui nessun bene viene venduto con documento fiscale allora si avrà un fatturato pari a zero e ricavi pari alla produzione interna.

Chiariamo ancora bene che il concetto di fatturato e quello di ricavi non ha nulla a che vedere, per le imprese, con gli incassi, che invece riguarda la situazione finanziaria.
Ricordiamo che spesso accade che la fattura venga emessa, ma che questa venga pagata e registrata in un momento successivo.

Tuttavia, quello che a noi interessa  è la vendita dei beni o servizi prodotti, perciò il fatturato è l’elemento principe che esprime l’effettivo volume d’affari di un’impresa.

Molti imprenditori non conoscono questa distinzione, anzi spesso addirittura tendono a monitorare solamente il fatturato senza pensare che fatturato e ricavi non sono due fattori direttamente proporzionali e quindi non sempre un ottimo fatturato corrisponde necessariamente a ricavi elevati. Il rischio di considerare solo una parte dell’andamento aziendale può condurre a decisioni e valutazioni errate, cosa che può avere delle conseguenze disastrose sulla salute della propria attività.

Altra condizione comunemente rilevata è che spesso una ditta presenta un fatturato crescente ma un utile netto discendente. Com’è possibile ciò?

Occorre gettare un occhio non solo alla componente del fatturato ma anche, e soprattutto, ai propri costi. Ricordiamo che ciascuna attività ha anche dei costi da sostenere, più o meno fissi, e che questi incidono in maniera rilevante sull’andamento aziendale.
L’utile netto è risultante dalla differenza tra i ricavi totali e i costi di esercizio a cui si sottraggono ulteriormente le tasse.

Pertanto avere un buon metodo di gestione aziendale è utile per controllare la componente finanziaria, tenendo sempre sotto controllo i numeri che possono variare a seconda delle decisioni che vengono prese. Non basta.
E’ assolutamente necessario comprendere la differenza dei termini, altrimenti chiunque ci può raccontare una cosa per un’altra.
E’ questo quello che cerco sempre di far comprendere ai miei clienti.
Se sai, non muori!

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Non devi mai dire “non sono capace”, devi sempre ricordarti di dire “non lo so ancora fare”.

Questi giorni mi scontro molto spesso con questo detto. Le persone dicono di non essere capaci ad interfacciarsi con la tecnologia. Ma, chi più chi meno, la difficoltà è generalizzata.
Nessuno di noi, o pochi, sono abituati a muoversi col web, ad usare le piattaforme di collegamento, a parlare nei webinar. Basta imparare.
Siamo stati catapultati in un nuovo mondo e dobbiamo avere la sola capacità di metterci in gioco.
Ti ricordi il primo giorno delle elementari? Forse non te lo ricordi, ma se chiudi gli occhi, forse -provaci!- riesci a percepire la sensazione di smarrimento e di insicurezza.
E soprattutto riesci di sicuro a percepire la sensazione di incapacità: torna indietro con la mente, sei in un banco di scuola, bisogna stare seduti composti, non si può parlare con gli altri amici – alcuni nemmeno li conosci- e la maestra ti racconta concetti che tu non sai.
Non puoi girare il tuo visino verso la mamma per chiederti di spiegarti, perché lei- porca miseria- lì non c’è.

Ecco la sensazione che proviamo noi ora. Nessuno ci può aiutare ad imparare i meccanismi del nuovo mondo, se non noi stessi.
Eppure dalle elementari in poi abbiamo imparato tantissimo. Lo faremo anche ora.

Passiamo agli argomenti seri. Ricevo molte richieste di consulenza sugli affitti. Molte persone (soprattutto le imprese e i professionisti) chiedono come poter fare per abbassare il canone di affitto in questo periodo di sospensione attività.

Innanzitutto va sottolineato che a partire dal mese di marzo è possibile, per i conduttori degli immobili appartenenti alla categoria C1,  ricevere, come espletato dal decreto “Cura Italia”, un credito d’imposta che possono utilizzare tramite il modello F24 in forma compensativa fino al 60% del valore del canone di affitto pagato.
Questo, sebbene possa in qualche modo dipanare in parte la crisi che ha obbligato le attività commerciali a chiudere, non ha risolto la questione liquidità, di cui si parla tanto, che sta colpendo anche gli affittuari dei locali adibiti all’esercizio delle varie attività.
E non risulta presente all’interno della normativa una previsione di tutela a favore dei conduttori di tali immobili, che sembrerebbero costretti a continuare a pagare l’affitto seppur mantenendo l’attività chiusa.

Visto che la normativa non ci viene incontro, ho cercato di far trovare un punto di incontro fra proprietario e affittuario, mediante costituzione di una scrittura privata fra loro.
E’ infatti opportuno che il proprietario accetti la riduzione dell’importo prestabilito, accettando di apportare delle modifiche alle condizioni contrattuali stesse.
A supporto del conduttore vi sono infatti alcuni articoli del Codice Civile (artt. 1218,1256,1258 e 1464) che danno la possibilità di ridurre il costo della prestazione in caso di impossibilità sopravvenuta non imputabile al debitore.

E’ ovvio che il locatore può opporsi al rifiuto del pagamento del canone d’affitto, poiché la causa di tale impedimento non è strettamente legato al bene quanto al provvedimento per cui il soggetto possiede una licenza per poter eseguire una determinata attività.
Resta tuttavia il fatto che si tratta pur sempre di “impossibilità sopravvenuta”, poiché l’esercente è impossibilitato a usufruire liberamente del suo locale secondo i fini commerciali stabiliti dal contratto inizialmente stipulato, liberandolo da tale obbligo.

Chiaramente la stesura di una scrittura privata va registrata all’Agenzia delle Entrate nella forma di esenzione di imposte, utilizzando il modello RLI, al fine di evitare per il locatore l’obbligo di pagarne successivamente le dovute tasse su un canone mai riscosso.
All’interno di tale modulo vanno apposti i dati relativi al contratto insieme a una copia del nuovo accordo sottoscritto tra le parti.
Per ora è sufficiente l’invio della documentazione prodotta tramite PEC indirizzata alla direzione regionale competente.

Il cosiddetto modello 69 invece va utilizzato nel caso si intenda comunicare una riduzione del canone di affitto per contratti già registrati. Anche questo va inviato in forma esclusivamente telematica.

La mia tisana di questa sera regala questo messaggio:

Every beat of your heart is a rhythm of your soul”.

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